Api e cambiamento climatico in Sardegna

di Greca N. Meloni



Almeno fino ai primi anni del 2000, in Sardegna la stagione apistica iniziava molto presto e le fioriture primaverili erano molto abbondanti e varie, così come ricca era la biodiversità del territorio sardo.

Da marzo a giugno, l’apicoltore lavorava costantemente per accudire le proprie api. A seconda dell’area geografica si produceva con relativa facilità miele di asfodelo, di erica, cardo, diverse tipologie di millefiori, cisto, lavanda. Successivamente, da luglio in poi, si passava alla smielatura dell’eucalipto. Fino ai primi anni del 2000, la smielatura di eucalipto iniziava a luglio e a seconda dell’annata si protraeva fino al 25 di agosto, il che significa che in questo periodo gli apicoltori sardi passavano le giornate sotto il sole a raccogliere quintali di miele di eucalipto che veniva venduto poi in tutta l’isola e anche esportato all’estero, nei mercati europei ed extra europei.

Durante il raccolto di eucalipto, ogni mattina mio padre, anche lui apicoltore, rientrava dal primo giro in apiario con un numero esagerato di melari da smielare subito, caricava sul furgone i melari appena smielati e ripartiva verso le altre postazioni. Ad ogni carico il miele era talmente tanto che non si sapeva dove metterlo. In laboratorio si lavorava rapidamente e in maniera perfettamente coordinata con quanto accadeva negli apiari. In condizioni normali, l’eucalipto ha una grande potenzialità nettarifera, fino a 200 kg/h, e una fioritura molto prolungata nel tempo. Questo fatto rende l’eucalipto una delle piante fondamentali per il comparto apistico sardo, ma anche una delle più “terribili”. Le api non avevano pace, continuavano a importare nettare forsennatamente. L’odore dell’eucalipto fuori all’aria aperta si mischiava con quello che veniva dai favi a mano a mano che venivano smielati, ed era così forte da far venire la nausea.


Il Covid-19 e la natura


Quest’anno la fioritura prometteva bene nel sud Sardegna. Il lockdown dovuto al Covid-19 sembrava aver permesso ai fiori e agli insetti di mantenere il proprio ciclo biologico e la campagna sembrava rigogliosa. Anche le piante di eucalipto, nonostante soffrano a causa dei parassiti e siano ridotti in numero per via dei tagli continui e per gli incendi degli anni scorsi, sembravano carichi di fiore.

Invece, dopo i primi caldi ad aprile, a maggio le temperature sono improvvisamente scese, sono arrivate le piogge, le api hanno mangiato parte delle scorte accumulate per far fronte ai giorni freddi, e le condizioni climatiche hanno ridotto la secrezione nettarifera dei fiori i quali avevano anticipato la fioritura per via del caldo prematuro. L’eucalipto ha iniziato a fiorire con largo anticipo, già a giugno, e dopo circa dieci giorni di bel tempo, il solito anticiclone delle Azzorre non è arrivato e al suo posto il vento di scirocco asciugava i fiori nel giro di qualche giorno. Da bianco candido, in poco tempo il fiore dell’eucalipto assumeva un colorito rosso/marrone e poi sfioriva.

Mio padre, mi ha insegnato che per produrre miele di eucalipto, le piante hanno bisogno di un clima umido che le consenta di produrre nettare. In Sardegna, a partire da luglio l’anticiclone delle Azzorre manteneva un clima caldo e stabile, senza vento forte. Il vento infatti intralcia le api cariche di nettare e/o polline mentre cercano di tornare all’alveare, e agisce in maniera negativa anche sul fiore, riducendone le secrezioni nettarifere e seccandolo.

L’anticiclone delle Azzorre dunque, che produce caldo durante il giorno e umido durante la notte, manteneva un clima ideale per la produzione di miele di eucalipto, e favoriva le fioriture successive, preautunnali.


L'anticiclone delle Azzorre e il miele

Da qualche anno però, le piogge tardive di maggio e giugno rovinano i pascoli sia per il bestiame che per le api, i venti (di scirocco o di maestrale) hanno sostituito l’anticiclone delle Azzorre che fa la sua comparsa a fine luglio, o anche ad agosto inoltrato, quando ormai la fioritura di eucalipto è persa. Questo impedisce che si formino le condizioni ideali per le prime piogge, che generalmente arrivavano intorno al 20 di agosto e permettevano che crescesse l’inula viscosa e l’asparago. Per le piogge di “fine estate” bisogna spesso attendere fino ai primi di ottobre. Così, anche il carrubo, e soprattutto il corbezzolo risentendo della siccità prolungata, sono molto avari della dolce ricompensa pensata per le api che riducono in gran numero le loro colonie. Poi arriva l’inverno, le fioriture sono del tutto assenti, e le famiglie di api più deboli, quelle che non sono riuscite a mettere da parte scorte sufficienti per l’inverno, diventano più suscettibili alle malattie e molto spesso non riescono a sopravvivere fino alla stagione successiva.

Cambio climatico e salute delle api


Sono gli effetti del cambiamento climatico che non solo riducono le quantità di miele prodotto, ma mettono a repentaglio la vita stessa delle api. Da anni ormai, apicoltori e apicoltrici fanno il possibile per garantire la sopravvivenza di questi preziosi insetti, lottando contro situazioni difficilmente prevedibili, che richiederebbero maggiore attenzione e cura da parte di tutti. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti meramente di un problema di tipo economico che riguarda esclusivamente coloro che hanno deciso di fare della passione per le api un business produttivo e moderno. Il calo delle produzioni di miele è legato a una minore capacità delle piante mellifere di secernere nettare per le api. Questo significa che le api, che si cibano esclusivamente di nettare e polline, perdono l’unica fonte di sostentamento per la loro sopravvivenza. Così le api muoiono, le popolazioni di insetti pronubi si riducono notevolmente e questo si riflette anche nella qualità e varietà dei paesaggi.

“Noi facciamo parte del paesaggio, lo creiamo con il lavoro delle nostre api” mi disse un giorno un apicoltore sardo.


Mi chiedo per quanto tempo ancora gli apicoltori e le apicoltrici saranno in grado di “custodire” le api se tutti noi non poniamo il cambiamento climatico al centro di tutti i discorsi sul futuro dell’umanità.

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