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Il futuro del paesaggio nel cambiamento climatico

Di Greca N. Meloni



16 luglio 2026. Io e mia figlia siamo sedute nel posto centrale e vicino al finestrino. Mentre l’aereo sorvola il territorio della Sardegna, avvicinandosi sempre più alla discesa verso l’aeroporto di Cagliari, ne approfittiamo per guardare di sotto, cercando di riconoscere i luoghi. È un gioco che le piace molto, quello di indovinare dove ci troviamo osservando il paesaggio dall’alto. Un po’ come si fa con i Wimmelbuch, una categoria particolare di albi illustrati in cui, in ogni pagina, ci sono migliaia di personaggi impegnati nelle più svariate attività, e i bambini devono aguzzare la vista per riuscire a vederli e riconoscerli tutti. Per lei è un momento di grande gioia che precede il riabbraccio della famiglia. Per me è spesso un momento di riflessione. Osservo con attenzione quelle distese infinite e squadrate di campi gialli, separati da carrarecce brulle, qua e là rotti dalla poca vegetazione ancora verde, da qualche fascia frangivento solitamente composta da filari di eucalipto, e dal correre nervoso di corsi d’acqua che a luglio ormai sono in secca. Mentre osservo questo tipico paesaggio agrario della Sardegna, non posso fare a meno di chiedermi quanto l’estetica "ordinata" sia ancora funzionale oggi.


Credits: Aurora Zandara (2025)
Credits: Aurora Zandara (2025)

Ad aprile, a distanza di 20 anni dalla sua promulgazione nel 2006, la giunta regionale ha avviato l’iter amministrativo volto ad aggiornare e integrare il Piano Paesaggistico Regionale (PPR). L’attuale PPR fu uno degli elementi caratterizzanti della giunta di Renato Soru, realizzato attraverso la messa in campo di numerose expertise che crearono una struttura normativa capace di recepire i principi stabiliti pochi anni prima dalla Convenzione di Rio de Janeiro sulla protezione della biodiversità (1992) e dalla Convenzione europea sul Paesaggio (2000). Un impianto normativo che offriva degli strumenti di tutela dell’ambiente e del paesaggio in un momento cruciale per la Sardegna.

Lo sforzo intellettuale che ha coinvolto esperti di discipline diverse per produrre il PPR soriano non si è limitato a fornire al governo regionale strumenti per la tutela del territorio. Ha attivato un processo trasformativo sulla nozione stessa di paesaggio, e cioè su cosa per i sardi sia un “bel paesaggio”, su cosa sia un paesaggio “tipico” e sul perché sia necessario tutelarlo.


Prima degli anni 2000, per contadini e pastori che rappresentavano una buona parte del settore produttivo isolano, un paesaggio “bello” era un paesaggio “funzionale”: i pascoli dovevano essere ben organizzati per consentire il lavoro con il bestiame e il benessere degli animali, mentre la suddivisione in campi ordinati consentiva un uso delle risorse del suolo funzionale alla produzione agricola. In altre parole, il paesaggio aveva una “estetica funzionale”, cioè gli elementi a cui noi oggi attribuiamo un valore estetico positivo (il bello) erano il prodotto di una certa relazione umano-non umano che si è protratta nei secoli cambiando di volta in volta secondo le mutate esigenze della società sarda. Se il PPR soriano ha avuto un ruolo decisivo nel trasformare il rapporto tra i sardi e il paesaggio, è bene notare che la sua promulgazione ha coinciso con la progressiva regressione del settore agro-pastorale che ha prodotto l’odierno diffuso abbandono dei paesaggi agrari. Oggi, solo il 6% dei lavoratori è impiegato nell’agricoltura, mentre oltre il 50% lavora in altri servizi[1].


E dunque, quanto sono funzionali oggi quei paesaggi che vorremmo proteggere a ogni costo perché “tipici” della tradizione agro-pastorale della Sardegna, se mancano gli stessi soggetti che li hanno creati?

Più precisamente: in un’isola che durante il mese di luglio si trova ad affrontare gli effetti devastanti di ripetute ondate di calore, in cui le campagne sono abbandonate (entrambi fattori che si riflettono sul declino delle produzioni agricole), è lecito chiedersi se quel paesaggio corrisponda ancora alle esigenze dei sardi di oggi in cui il 93,9% della popolazione lavora al di fuori dell’agricoltura?  


Se da una parte la mutata percezione del paesaggio da parte dei sardi ha permesso di salvaguardare la biodiversità di numerose aree della Sardegna, dall’altra la concezione che il paesaggio sia un elemento da mantenere così com’è, fermo nel tempo, a ogni costo rischia di impedirci di dotarci degli strumenti necessari per affrontare le nuove condizioni climatico-ambientali. Questo, ovviamente, non significa sostituire i campi “improduttivi” con impianti eolici o fotovoltaici.


Significa aprirsi alla necessità di dover ripensare il paesaggio non solo per il suo valore estetico e per le sue apparenti qualità “tipiche” e “selvagge”, ma soprattutto per la sua funzionalità. In altre parole, chiedersi se possiamo ancora permetterci distese infinite di campi brulli che rendono i nostri suoli sempre più vulnerabili alle condizioni climatiche come il caldo estremo e le piogge abbondanti o se invece dovremmo iniziare ad attribuire maggiore valore ai pascoli arborati, a lotti più piccoli alternati in maniera decisa a boschi di vario genere, e più in generale a un paesaggio diverso in grado non solo di salvaguardare ma soprattutto di produrre biodiversità. Significa anche mettere in discussione il concetto di autoctonia, che, di fatto, sta producendo un impoverimento della biodiversità sia in contesti urbani sia in quelli rurali. La predilezione per “piante della macchia mediterranea” nei vari progetti di riqualificazione ambientale si riduce spesso un’ostinata presenza di un numero limitatissimo di specie vegetali come il leccio, il carrubo, il mirto e poco altro.


Insomma, in vista di un aggiornamento del PPR, varrebbe la pena fare riflessioni più dense, più consapevoli dei tempi che stiamo vivendo e magari più condivise, che siano un’occasione per guardarci negli occhi e chiederci chi sono i sardi che oggi vivono la Sardegna e come immaginiamo l’isola nei prossimi cinquant’anni.


Credits: Aurora Zandara (2025)
Credits: Aurora Zandara (2025)

 
 
 

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